04 Dezember 2015, 12:00
La verità del matrimonio e la porta della conversione
 
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Cardinale Sarah: Il peccato mortale dell’Europa è l’apostasia silenziosa. Eucaristia per i divorziati risposati: questa porta è stata chiusa da Cristo stesso. Di Armin Schwibach

Roma (kath.net/as) Liturgia, eclissi di Dio in Europa, il necessario recupero delle radici cristiane e il controverso tema dell’eucaristia ai divorziati risposati civilmente discusso nel sinodo dei vescovi (2015) sono stati al centro di un approfondito colloquio con il prefetto della congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, S. Em. Robert Card. Sarah.

Non solo l’attività del cardinale in quanto prefetto di un dicastero della Curia Romana offriva lo spunto per questo colloquio, ma anche il suo recente libro “Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat” (Edizioni Cantagalli 2015), nel quale Sarah si occupa delle fondamenta della fede. L'Arcivescovo Georg Gänswein nel novembre del 2015 ha reso omaggio all’opera in quanto libro “radicale” nel senso etimologico della parola: “‘radix’ in latino significa infatti ‘radice’; ed è proprio alle radici, alle radici della nostra fede che ci riconduce questo libro. È la radicalità del Vangelo che lo ispira”.


Alcuni anni fa – non per ultimo in relazione al motu proprio “Summorum Pontificum” di Papa Benedetto XVI (2007) riguardo la forma straordinaria del Rito Romano che è uno – c’è stato un acceso dibattito sulla necessità di una “riforma della riforma” a partire da un nuovo approccio alla “Sacrosanctum Concilium”. Sarebbe dovuto diventare chiaro che e come la liturgia sia sorgente, fine e culmine della vita cristiana. Nel 2011 il Suo predecessore come prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti aveva sottolineato: “La liturgia ci pone davanti a Dio stesso, davanti all’azione di Dio, davanti al suo amore. Promuoveremo una urgentemente necessaria nuova evangelizzazione soltanto se la liturgia occuperà di nuovo quel posto che le spetta nella vita di tutti i cristiani”.

Quali nuove forme di catechesi sarebbero necessarie per far sì che la liturgia diventi di nuovo sorgente vera della vita della Chiesa?


La liturgia è di per sé fonte e culmine della vita cristiana e questo al di là di qualsiasi catechesi. Certamente, però, una formazione liturgica che abbia come fine la comprensione più profonda dei sacramenti è urgente. È vitale ed urgente per l’uomo, riallacciare i rapporti personali e interiori con Dio tramite una vera ed intensa vita liturgica e sacramentale. Oggi più che mai il cristiano ha un profondo bisogno di riscoprire il valore inestimabile del suo battessimo, dell’Eucaristia, della confessione umile dei suoi peccati. Per questo motivo è necessaria una iniziazione cristiana per i battezzati che li aiuti a vivere la bellezza dell'incontro personale con Dio nella preghiera e l’adorazione come senso ultimo della loro esistenza. Siamo stati creati per amare, pregare ed adorare Dio. Quando l’uomo si inginocchia davanti a Dio raggiunge il più alto livello dell’esistenza. La liturgia vissuta con pietà e sacralità, con fede ed amore, ci fa raggiungere la nostra pienezza in Dio. Laddove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota. Si può riempirla con delle ricchezze materiali: denaro, divertimento, sesso, ma tutto questo è insufficiente.

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La radice delle irregolarità nell’ambito della liturgia, come affermava il Papa emerito Benedetto XVI, è dovuta a un problema di fede. Senza una chiara ecclesiologia eucaristica e una Cristologia centrata nella Santa Messa è inutile parlare di "riforma della riforma”. La vera riforma liturgica si farà concreta solo attraverso una seria educazione liturgica che, come abbiamo già affermato, guardi alla riscoperta di ciò che il Concilio ci ha consegnato. Un esempio di questo sarebbe il rispetto per il “Sacro Silenzio” nella liturgia. Ci sono tanti momenti di silenzio previsti dalla liturgia che diventano il luogo privilegiato per la preghiera e per sperimentare la presenza del Signore e invece, molte volte, non comprendendo il valore di questo, si rischia di tralasciarli e in questo modo di togliere quello sguardo verso il cielo che è parte fondamentale della liturgia della Chiesa.

Che cosa possono o devono fare i fedeli, quando sono confrontati con situazioni di abusi liturgici? In che cosa Lei riconosce la radice delle irregolarità talvolta anche gravi nell’ambito della liturgia?

Riguardo gli abusi, i cristiani sono chiamati prima di tutto a cercare il confronto con il loro pastore, pregando anche per lui. Poi se quest'ultimo insiste nel ripetere tale abuso liturgico, il fedele insieme con altri testimoni è invitato a confrontarsi con il proprio Vescovo. L'Ordinario, una volta verificato l'abuso, è chiamato a correggere la persona accusata, ricordandogli con fermezza che “regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo… Di conseguenza nessuna altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC n° 22).

Tutto questo però si deve fare guardando sempre al fine della liturgia e della Chiesa stessa: l’amore e l’unità.

Gli eventi attuali e gli attacchi terroristici a Parigi del 13 novembre 2015 hanno di nuovo lasciato sgomento l’Europa e il mondo intero. In che cosa Lei vede in questo anche un pericolo spirituale per la nostra società europea, per la sua comunità di valori? Lei ritiene questo pericolo più grave della dissoluzione della fede e dell’eclissi di Dio in Europa? Partendo dalla Sua esperienza: Lei vede una via perché si realizzi una convivenza pacifica con le altre religioni? Dinanzi l’avanzamento di una “religione calda” come quella dell’Islam, quale dovrebbe essere la risposta di un cristianesimo europeo e occidentale ormai diventato “freddo”, considerando un ambiente sempre più secolarizzato, indifferente o aggressivamente ateo?

L’Europa è in pericolo perché ha dimenticato Dio, e di conseguenza la sua cultura, la sua storia, le sue radici, la sua identità. Il fenomeno del terrorismo di matrice islamica potrà anche essere un fenomeno temporaneo, tutti ce lo auguriamo, ma il problema di un Occidente che non conosce più se stesso rimarrà tragicamente anche dopo. L’unica via perché si realizzi una convivenza tra le religioni è che si instauri tra tutti un dialogo umano sui valori umani e morali che ci uniscono, come la dignità eminente della persona umana, la vita e la famiglia. Un dialogo teologico mi sembra oggettivamente difficile. Se guardiamo ai brutali attentati di Parigi vediamo che i jihadisti hanno colpito proprio i luoghi che noi riteniamo espressione della “vita” oggi: libertà, che spesso sfocia in anarchia; divertimento; spensieratezza. Ora mi chiedo: l’Occidente è solo questo? È solo poter godere di una libertà sfrenata? È per questo che tutti dicono “Je suis Paris”, senza capire cosa significhi veramente? Io credo proprio di no. Ed è questo che la degenerazione di una parte dell’islam, che si concretizza in maniera fallace nello spirito terroristico, colpisce: questi terroristi trovano un ventre molle da colpire, in cui l’assenza di Dio e di identità ci ha reso deboli e senza difese, e quindi neppure capaci di avanzare una proposta di vita positiva che non sia l’assunto “io vivo come mi pare”.

Eminenza, in “Dio o niente” Lei scrive: “L’allontanamento da Dio non è il frutto di un ragionamento, ma di una volontà di staccarsi da Lui. L’orientamento ateo di una vita è quasi sempre una scelta della volontà. L’uomo non vuole più riflettere sul suo rapporto con Dio, perché vuole diventare Dio lui stesso” (p. 220).

In che cosa Lei riconosce la debolezza più grande dei cristiani in Europa, in quella parte del mondo che una volta era “l’occidente cristiano”?


La debolezza più grande, che io chiamerei il peccato mortale, dell’Europa è l’apostasia silenziosa di cui già parlava San Giovanni Paolo II (cfr. Ecclesia in Europa, 9), ovvero la volontà di costruire un “umanesimo senza Dio”. L’Europa e la società occidentale in generale si sono allontanate da Dio, non più e non solo sulla base di un rifiuto della Sua esistenza, ma anche, nelle sue estreme conseguenze, sull’indifferenza riguardo al senso religioso. Così l’affermazione tipica della post-modernità, che nasce con la rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta, per cui Dio non esiste, oggi è divenuta “che ci sia o non ci sia, poco importa: ciascuno è libero di credere ciò che vuole, purché in privato”. Questo significa negare tutto, negare che l’uomo possa ricercare la Verità (in quanto essa sarebbe inutile): infatti poiché tutto è uguale, nulla conta più. Ma questo relativismo è molto peggio del nichilismo. L’Occidente perciò oggi vuole vivere escludendo la possibilità di rispondere ai grandi “perché” della vita, senza avere riferimenti al bene integrale, e ai valori della carità e della giustizia.

Sempre Papa Benedetto ha detto che “solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita, solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita”. Ecco, l’Occidente, non solo l’Europa, è in pericolo perché in questo processo di dimenticanza di Dio ha distrutto ciò che il cristianesimo ha dato di più alto e bello: il rispetto della vita, della dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. E vi è un ultimo aspetto, ancora peggiore: è la pretesa, spesso violenta, dell’Occidente, di “esportare” questa sua decadenza anche in ciò che Occidente non è. Ma chiedo: se la vita non ha nella Verità il suo fine ultimo, ha senso vivere? Dunque io credo che possiamo ripartire solo facendo rientrare Dio nella nostra vita. dobbiamo riuscire a rimettere Dio al centro dei nostri pensieri, al centro del nostro agire, al centro del nostra vita, all’unico posto che deve occupare, affinché il nostro cammino di cristiani possa gravitare attorno a questa roccia che è Dio, a questa solida certezza della nostra fede cristiana. Faccio una proposta: torniamo a pregare, che è il modo per dialogare con Dio: solo migliorando il nostro rapporto con Dio, lui migliora quello fra gli uomini, senza questo avremo sempre guerre, odio e lacerazioni. Dobbiamo dare tempo a Dio.

In “Dio o niente” Lei afferma: “Il divorzio è un’offesa grave alla legge naturale e un’ingiuria all’alleanza di salvezza di cui il matrimonio è il segno” (p. 326). Uno dei temi che negli anni 2014 e 2015 ha occupato alcuni cattolici e molti media secolari sono stati i due sinodi sulla famiglia durante i quali all’opinione pubblica è stato presentato innanzitutto il problema “sacramenti per divorziati risposati”.

Secondo Lei, per quale ragione si metteva in risalto in maniera così accentuata un tema che mette in pericolo il fondamento dell’intera dottrina cattolica, benché questo secondo le statistiche riguardi soltanto un’esigua minoranza di fedeli?


Perché purtroppo, oggi anche nella Chiesa e tra molti sacerdoti, vescovi e cardinale, si ritiene che per andare incontro ai problemi del mondo ci si debba adeguare ad esso, ignorando la parola senza ambiguità di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio e staccando per misericordia la pastorale dalla dottrina. E lo si fa per comodità, per non rischiare, per non apparire politicamente scorretti. Questo si chiama mondanità, che è quanto di peggio possa colpire i cristiani, laici o consacrati, ed è il pericolo a cui ci richiama sempre Papa Francesco. Consiglio a tutti una bella lettura – il romanzo “Il potere e la gloria” di Graham Greene – per verificare quanto dico. Eppure proprio Gesù ci ha chiesto di essere “nel” mondo, non “del” mondo (Gv 15, 18-21).

Oggi anziché affermare la bellezza di un sacramento come il matrimonio, la sua apertura alla vita, l’essere base della società di domani, ci incartiamo sulle cose che non funzionano. E’ come se io dicessi che è meglio non costruire una casa per paura del terremoto, pur avendo però gli strumenti per prevenirlo e per rendere quella casa più solida. E’ lo stesso nel matrimonio, che Gesù ha donato all’uomo e alla donna come unione indissolubile con Lui. Siamo così terrorizzati dall’avere Dio nella nostra vita, che preferiamo “ucciderlo” per governare tutto da noi stessi, con risultati sconfortanti, come si vede. Purtroppo la cultura positivista ci ha inculcato solamente i criteri dell’opportunità e dell’efficienza, per cui una cosa si fa solo se e finché è utile, e questa utilità è applicata purtroppo anche ai rapporti umani e ai sacramenti.

Dall’altro l’“umanesimo senza Dio” diffuso di cui parlavo prima ci ha inoculato il morbo del sentimentalismo, per cui una cosa va avanti solo finché è sopportabile e finché siamo pervasi dall’afflato dell’emozione e della passione. Passate queste circostanze l’alleanza si può rompere: e non importa che rompendola, noi mettiamo Dio fuori da casa nostra. Ma è uno scandalo che ragioniamo così! Il cristiano ha come proprio riferimento la Croce, che non vuol dire solo la sofferenza, ma il contrario: il dono di sé nell’amore fino alla fine, perché solo questo salva. E’ chiaro che il Vangelo è esigente: Gesù ci chiede tutto, ma allo stesso tempo ci offre tutto. Ci può essere una realtà più bella di questa? Invece oggi ci siamo persuasi del fatto che gli uomini non puntino più alle cose alte e durature: e allora, anche nella Chiesa, per comodità e per paura, preferiamo educarli al contingente. E qui veniamo all’altro punto chiave: l’educazione. La Chiesa deve educare alla bellezza e alla scoperta del proprio percorso battesimale, non all’accettazione del male e del peccato. Questo non significa sottovalutare la crisi antropologica in atto. Esattamente il contrario, anzi io dico: e se questo deserto fosse oggi una grazia da sfruttare per tornare ad annunciare Dio e il Vangelo?

In un articolo del quaderno n°3970 (28/11/2015) della rivista “La Civiltà Cattolica”, esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato della Santa Sede con l'approvazione definitiva, il suo direttore Antonio Spadaro SJ parla in maniera esplicita di una “porta aperta” per l’eucaristia ai divorziati risposati. Il gesuita scrive: “Sarà sempre dovere del pastore trovare un cammino che corrisponda alla verità e alla vita delle persone che egli accompagna, senza poter forse spiegare a tutti perché essi assumano una decisione piuttosto che un’altra. La Chiesa è sacramento di salvezza. Ci sono molti percorsi e molte dimensioni da esplorare a favore della ‘salus animarum’. Circa l’accesso ai sacramenti, il sinodo ordinario ne ha dunque effettivamente posto le basi, aprendo una porta che invece nel sinodo precedente era rimasta chiusa”.

In quanto padre sinodale che conosce i paragrafi controversi n°84-86 della “Relatio synodi”: come giudica queste affermazioni di un altro membro del sinodo che interpreta in questo modo i risultati? Il discorso di “aprire una porta” non equivale a un sempre negato “cambiamento” della dottrina sull’indissolubilità del matrimonio, che è impossibile? Affermazioni del genere non aumentano incertezze e perplessità tra i fedeli, come si sono verificate in maniera particolarmente sensibile durante questi due anni?


Il Sinodo ha voluto aiutare e accompagnare questi battezzati che si trovano in una situazione di vita contraria alle parole di Gesù. E ha annunciato che la porta per loro è sempre aperta, in quanto Dio continua a chiamare alla conversione e ad agire nel loro cuore per rigenerare il loro desiderio verso la vita piena che Gesù ci ha annunciato.

Certamente, proporre delle strade che non conducano a questa vita piena non è aprire le porte. La porta che Dio apre ci conduce sempre a lui, alla sua dimora in cui possiamo vivere la sua vita. Il peccato chiude la porta della vita. Ammettere una persona alla comunione eucaristica quando vive in manifesta contraddizione con le parole di Gesù significa aprire una porta che non conduce verso Cristo, ovvero chiudere la vera porta della vita. Ricordiamo: la porta è Gesù, la Chiesa solo può aprire questa porta; il pastore che non vuole entrare per questa porta, diceva Gesù stesso, non è un vero pastore. Perché “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro ed un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore […] In verità, in verità vi divo: io sono la porta delle pecore” (Gv 10, 1-2. 7).

Il documento del sinodo (nn. 84-86) non dice altro, e il testo scritto è l’unico sicuro per interpretare rettamente ciò che il Sinodo ha voluto dire. Il documento parla del dovere del pastore di accompagnare le persone sotto la guida del vescovo, ma aggiunge anche, e questo è molto importante, che l’accompagnamento deve avvenire “secondo l’insegnamento della Chiesa” . Questo insegnamento include senz’altro la lettura non trafficata, ma completa e fedele della Familiaris Consortio 84 e Sacramentum Caritatis 29 , insieme al Catechismo della Chiesa Cattolica: l’accompagnamento, che avrà conto delle circostanze concrete, ha una meta comune, condurre la persona ad una vita in accordo con la vita e la parola di Gesù; alla fine del cammino avrà maturato la decisione di abbandonare la nuova unione o di vivere in assoluta continenza in essa. Rinunciare a questa meta è rinunciare anche al cammino.

È vero che il testo non ripete esplicitamente questo insegnamento, e in questo senso si è interpretato da diversi modi dalla stampa. Ma è un interpretazione abusiva, che ne deforma il significato, anzi ingannatrice. Il testo non parla mai di concedere l’Eucaristia a chi continua a vivere in modo manifestamente contrario ad essa. Se ci sono dei silenzi, essi devono essere interpretati secondo l’ermeneutica cattolica, vale a dire, alla luce del magistero precedente e costante, un magistero che il testo mai nega. In altre parole, ai divorziati risposati civilmente la porta alla comunione eucaristica rimane chiusa da Gesù stesso che ha detto: “chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio. Perciò l’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (Mt 19, 6. 9). È chiusa da Familiaris Consortio 84 , da Sacramentum Caritatis 29 e dal Catechismo della Chiesa cattolica . Sfondare questa porta o arrampicarsi da qualche altra parte significa riscrivere un altro vangelo ed opporsi a Gesù Cristo Nostro Signore. Sono sicurissimo che Papa Francesco interpreta i numeri 84-86 della “Relatio synodi” in perfetta continuità e fedeltà ai suoi predecessori. Infatti in un intervista al quotidiano argentino “La Nacion” ha affermato: “Che facciamo con loro, che porta si può aprire? C’è un’inquietudine pastorale: allora gli andiamo a dare la comunione? Non è una soluzione dargli la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione”.

È vero che ci sono “molti percorsi e dimensioni da esplorare”, come segnala P. Spadaro; ancora, vorrei solo aggiungere che questi sono percorsi verso una meta, e questa meta per la Chiesa può essere solo una: portare la persona a Gesù, mettere la vita in sintonia con Gesù e con il suo insegnamento sull’amore umano e coniugale. L’accesso all’Eucaristia, che è la comunione con il corpo di Gesù, è aperto per tutti coloro che siano pronti a vivere nel corpo secondo la parola di Gesù. Se la Chiesa apre la porta verso un altra meta, verso un altro luogo, allora questa non è la porta della misericordia. Allora si tratterebbe di un vero cambiamento della dottrina, perché ogni dottrina (come quella sull’indissolubilità del matrimonio) è confessata in primo luogo in sede eucaristica. Quando un cristiano dice “Amen” nel ricevere l’Eucarestia, egli afferma, non solo che l’Eucaristia è il corpo di Gesù, ma anche che vuole conformare la sua vita nel corpo, le sue relazioni, conforme a Gesù, perché crede che la parola di Gesù è parola di vera vita.

Questo significa che c’è un cammino, che c’è una speranza anche per chi vive lontano, e questo il Sinodo ha voluto ribadirlo. Se queste persone non si sentono pronte a vivere secondo la parola di Gesù, allora è compito della Chiesa ricordarli, con pazienza, delicatezza, misericordia, che appartengono alla Chiesa, che sono figli di Dio; è compito della Chiesa accompagnarli perché si possano avvicinare a Gesù in tanti modi, partecipando alla celebrazione liturgica, aiutando alle opere di carità e di misericordia, alla missione della Chiesa. Una volta che sono più vicine a Gesù, potranno capire meglio le sue parole, potranno essere convinte della forza di Dio nella loro vita che rende possibile la conversione, l’abbandono e la rottura totale con il peccato.

Certo, l’accompagnamento si fa caso per caso, come anche si fa caso per caso la preparazione al matrimonio. Ma questo non vuol dire che a quelli che si preparano al matrimonio la Chiesa offra diversi tipi di matrimonio, di durata secondo il caso. Il matrimonio a cui si preparano è sempre lo stesso, come è sempre la stessa la meta per i divorziati risposati. E questo è così perché viviamo in comune, non siamo monade, condividiamo la stessa chiamata alla Santità ed una stessa vocazione all’amore, quella appunto che si contiene nel matrimonio monogamico, stabile e indissolubile.

Secondo Lei, almeno per quanto è stato presentato dai media, il sinodo è stato troppo determinato da temi europei o tedeschi? Come ha percepito i punti di vista in parte molto eurocentrici e in che cosa vede la possibilità di evitare una riduzione unilaterale della discussione?

Senza voler offendere nessuno, si potrebbe parlare di una presentazione eurocentrica da parte dell’Istrumentum Laboris e di certi media, non solo perché si scelgono determinati temi che preoccupano più in Occidente (come la comunione ai divorziati in nuova unione civile), ma soprattutto per una insistenza eccessiva nell’individuo e nella coscienza soggettiva. Il pericolo di eurocentrismo, in questo senso, vuole dire il pericolo di adeguarsi in modo eccessivo alla prospettiva della modernità o della postmodernità senza Dio, che ormai è globalizzata e che in tanti modi, come ha denunciato Papa Francesco nel suo viaggio nelle Filippine, significa per gli altri paesi un “colonialismo ideologico”.

Secondo questa prospettiva “eurocentrica” la famiglia è vista come una realtà privatizzata, misurata solo secondo il desiderio di un soggetto individualista, che riduce l’amore a una emozione. Dare una risposta ai problemi della famiglia da questo punto di vista consisterebbe, come si è fatto, nel sottolineare il primato di una coscienza autonoma, di un soggettivismo della coscienza, che decide da sé. Ecco perché un punto di vista troppo eurocentrico vuole ad ogni costo giustificare situazioni che sono contrari alla verità del matrimonio, come il concubinato o la convivenza o il matrimonio civile, e vederli come una strada verso la pienezza, invece di riconoscere il male che fanno alla persona, perché possiedono una logica contraria al vero amore. Inoltre, questo sguardo tende a contrapporre l’amore e la verità, la dottrina e la pastorale, secondo un punto di vista dualista che è proprio anche del pensiero postmoderno.

Penso che il Sinodo abbia voluto proprio abbandonare questo punto di vista. Proprio dalle altre culture, che sono nelle periferie, si possono vedere luci nuove per la famiglia, una visione della famiglia al centro della società e della Chiesa. La società e la Chiesa non sono formate da individui, ma da famiglie, da cellule di comunione vive. Questo corrisponde con una visione per così dire “familiare” dell’uomo, che non è coscienza isolata ma vive ricevendo tutto da altri e chiamato a donarsi ad altri. Nasce così una fiducia maggiore che l’amore di Dio è capace di rigenerare il cuore delle persone. Si capisce anche meglio che la luce della dottrina è unita alla pratica vitale e al rito liturgico: non è una luce solo teoretica, come l’ha concepita un certo dualismo moderno. Ma questo, in realtà corrisponde con il vero pensiero europeo, che ha radici cristiane che l’Europa è chiamata a recuperare se vuole sopravvivere.

Ringrazio Sua Eminenza per aver offerto l’opportunità di questo colloquio e per il tempo che ha regalato ai lettori.

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© Foto: Paul Badde

Foto Robert Card. Sarah

























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